Vendersi all' AI

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Esistono alcune tribù indigene che, ancora oggi, guardano con profondo sospetto chiunque provi a puntare verso di loro l'obiettivo di una macchina fotografica ( o ormai uno smartphone! ). Per loro non si tratta di timidezza o di privacy come la intendiamo noi, ma di qualcosa di molto più ancestrale: hanno il timore che quegli strumenti possano, letteralmente, rubare la loro anima.

Ai nostri occhi di "uomini digitali", questa idea sembra una superstizione quasi poetica, un retaggio di un mondo lontano. Eppure, se ci pensiamo bene, ogni volta che pubblichiamo un frammento della nostra immagine sui social, non stiamo facendo qualcosa di simile?

Negli ultimi giorni i social e molte testate online hanno rilanciato una notizia clamorosa: Khaby Lame avrebbe venduto la sua società per 900 milioni di dollari, incassando una cifra da capogiro e conquistando, almeno nella narrazione collettiva, la definitiva “libertà finanziaria”. L’influencer più seguito al mondo, simbolo del sogno digitale globale, si sarebbe finalmente liberato dalle catene della content creation continua.

Tra un filtro e un’inquadratura studiata, consegniamo una parte del nostro "io" più profondo a un pubblico invisibile e a un algoritmo che non dorme mai. Forse quelle tribù avevano intuito un rischio che noi abbiamo dimenticato: che a forza di frammentare la nostra immagine per darla in pasto agli altri, si finisca per perdere il contatto con la propria essenza.

Partiamo dal punto fondamentale: Khaby Lame non ha incassato 900 milioni di dollari in contanti. Non c’è stata alcuna exit classica, nessun bonifico stellare. L’operazione consiste in uno scambio di quote: Khaby ha ceduto le partecipazioni della sua società ricevendo in cambio azioni di Rich Sparkle Holdings LTD, una holding con sede a Hong Kong, quotata al NASDAQ con ticker AMPA. Carta contro carta, non cash.

Il valore teorico dell’operazione è stato calcolato sulla base della capitalizzazione del titolo in un momento di forte volatilità. Nelle prime ore successive all’annuncio, il titolo ha oscillato violentemente, tanto che ,a seconda di quando si guarda il grafico , si potrebbe dire che Khaby abbia “guadagnato” o “perso” centinaia di milioni nel giro di un giorno. Ma questo tipo di lettura è fuorviante: finché le azioni non vengono vendute, quei soldi non esistono.

Il punto davvero interessante, però, non è la presunta exit miliardaria. È ciò che Khaby ha ceduto insieme alle quote.

Nel contratto è incluso il trasferimento dei suoi dati biometrici e comportamentali per la creazione di un avatar digitale basato su intelligenza artificiale. Un gemello sintetico capace di vendere prodotti in streaming 24 ore su 24, in tutte le lingue, senza limiti fisici. Non stiamo parlando solo di diritti d’immagine: stiamo parlando di una versione autonoma e scalabile della sua identità.

È la sublimazione definitiva dell’influencer economy. Khaby è perfetto per questo ruolo perché il suo linguaggio è universale: non parla, non spiega, non divide. Come il cinema muto, funziona ovunque. Il suo avatar potrà fare lo stesso, senza stancarsi mai.

Ed è qui che la questione diventa filosofica, oltre che economica. L’identità personale diventa un asset aziendale, iscrivibile a bilancio. Un’entità che lavora mentre tu dormi, ma che non ti appartiene più del tutto. Chi è responsabile se quell’avatar dice o fa qualcosa di dannoso? Può l’avatar “dissentire” dalla persona reale? E se viene usato per scopi politici, commerciali o reputazionali opposti ai valori dell’originale?

Forse il vero valore di questa storia non sta nei numeri , gonfiati, fraintesi o strumentalizzati, ma nella domanda che ci lascia: vogliamo davvero vivere in un mondo in cui essere noi stessi diventa una commodity negoziabile?

Diventeremo tutti avatar AI di noi stessi?

Grazie dell'attenzione e alla prossima.

Immagine creata con ChatGPT

·inOlio di Balena·by
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